Ontologia

404human: L'Ontologia del non-servibile

Autore: Giuseppe Aceto
Tempo di lettura: 12 min
Data di pubblicazione: Maggio 2026

Il dibattito pubblico sulla tecnologia si inceppa spesso nella logica del “troppo”: troppo smartphone, troppo social, troppo schermo. Ma il problema non è quantitativo: è ontologico. Non è quante ore usiamo i dispositivi, ma che tipo di esistenza ci chiedono di diventare mentre li usiamo.

Nel Gestell (l’“im-posizione”) descritto da Heidegger, la tecnica moderna non si limita a fornire strumenti: ristruttura il modo in cui vediamo la realtà. Nel Gestell digitale contemporaneo, una vita “valida” è una vita che produce dati leggibili, mantiene un profilo coerente, diventa prevedibile abbastanza da essere servita e gestita dai sistemi.

Quando non sei servibile

La tesi di 404human è semplice e scomoda: nell’era algoritmica non basta “avere privacy”. Il diritto fondamentale è un altro: il diritto a essere non-servibili, a esistere in forme che il sistema non riesce a catalogare, predire, ottimizzare.

“404” non è una metafora decorativa: è l’errore che indica una risorsa non servibile. Un profilo scarso, incoerente o inattivo non appare solo “debole”: può apparire come assenza o anomalia. Un sistema costruito per servire ciò che riconosce risponde con la formula più onesta che ha: Resource Not Found.

«Il 404 non è una sconfitta. È ciò che un sistema dice quando incontra qualcosa che non riesce a ridurre.»

Vergogna prometeica, versione 2025

Günther Anders notava che gli esseri umani finivano per vergognarsi delle proprie imperfezioni di fronte alle macchine. Oggi la vergogna cambia forma: non ci sentiamo inferiori in velocità di calcolo, ma temiamo di essere irrilevanti per gli algoritmi. Pochi follower, engagement basso, profilo poco coerente: non è solo un dato, diventa un giudizio.

Chi non ha un profilo digitale attivo non è semplicemente “fuori dai social”: per molti sistemi è un errore da normalizzare, un caso limite, un soggetto che non sa farsi servire e quindi non sa essere servito.

Pharmakon: veleno e rimedio

Bernard Stiegler riprende da Platone il concetto di pharmakon: ciò che cura e avvelena allo stesso tempo. Il digitale connette e isola, informa e manipola, emancipa e asserve. Per questo la risposta non è né rifiuto né accettazione cieca: è imparare a distinguere dosi, contesti, limiti.

404human non propone un’etica della disconnessione totale (che spesso è un privilegio). Propone un lessico e una pratica: costruire zone di non-servibilità e, quando si usa la tecnica, farlo in modo consapevole e difensivo.

La contraddizione da nominare

404human è un sito web. Questo è il primo problema del progetto, non un dettaglio da nascondere. Un progetto che critica la trasformazione dell’umano in risorsa vive su un server, è indicizzabile, è leggibile dai bot. La contraddizione non sparisce: può essere tematizzata.

La proposta è praticare trasparenza radicale: dichiarare lo stack, evitare tracciamenti e cookie di profilazione, usare, se necessario, analytics minimi e aggregati, spiegare perché qui si usa la tecnica che si critica e quali limiti si adottano.

«Il pharmakon non è un alibi. È un compito: usare lo strumento senza lasciare che sia lo strumento a usare noi.»

Il programma del progetto prova a unire tre livelli: contenuto (pensiero originale, non solo divulgazione), pratica (Laboratori 404: workshop in presenza), comunità (strumenti intenzionalmente poveri di misurazione: newsletter testuale senza pixel, spazi di discussione con fine, incontri offline documentati con report).

Se vuoi partire da qualcosa di concreto, vai alle pratiche. Se vuoi vedere come questo sito prova a stare dentro la propria contraddizione, leggi la trasparenza.